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Imperdonabili confusioni

Le regole deontologiche vietano ai giornalisti qualsiasi tipo di attività pubblicitaria, ma un editore è libero di ospitare sulle pagine del suo giornale o sulle sue emittenti tutta la pubblicità che vuole. È però importante che il pubblico sia messo in condizione di distinguere, e non sempre questo accade.
Il problema non si pone quando la pubblicità è chiaramente individuabile, come in questo caso.

Quotidiano con pubblicità
Pagina di un quotidiano con pubblicità.

Il discorso diventa un po’ più complicato quando la pubblicità assume la forma della “pubblicità redazionale”, che compare negli inserti e nelle pagine speciali di molti giornali, e si presenta con una veste grafica che può trarre in inganno un lettore poco attento. Occorre infatti un occhio esercitato per individuare le caratteristiche che la contraddistinguono da un normale articolo, e che in genere si riducono a un carattere diverso da quello normalmente in uso e alla frase “pagine a cura di...” seguita dal nome dell’agenzia pubblicitaria che ha preparato i testi, ovviamente a pagamento.

Dettaglio pagina quotidiano con dicitura
Pagina di un quotidiano con pubblicità redazionale.

E che dire quando un giornale pubblica un articolo scritto da un giornalista che non ha avuto né il tempo né la voglia di provare un prodotto, e ne esalta in modo acritico le caratteristiche usando le stesse entusiastiche parole dell’ufficio stampa dell’azienda che lo produce? Non accade spesso, ma accade. Formalmente non si tratta di pubblicità, perché non è stata pagata nessuna tariffa, e l’autore dell’articolo può sempre sostenere di avere liberamente scritto cose di cui era convinto. Ma la scorrettezza nei confronti dell’ignaro lettore resta, ed è grave: in quell’articolo, garantito dalla firma di un professionista, non c’erano notizie, ma comunicazioni di parte, presentate senza la necessaria mediazione giornalistica e dunque prive di riscontri.